“Che ragione hai tu di essere allegro? Sei povero abbastanza”. “” andiamo, via” rispose allegro il nipote. “che ragione hai tu di essere scontento? Sei ricco abbastanza”. Scrooge non trovando lì per lì una risposta migliore disse un’altra volta:”bah” poi soggiunse:”fesserie”.

(A Christmas Carol)

 

“Non riesco a dirti ciò che provo, è difficile da spiegare”.

E’ capitato a tutti di pronunciare questa frase. Parlare delle proprie emozioni non è semplice. Descrivere le proprie emozioni non è semplice. A volte per pudore, altre volte per paura. Per la paura di essere giudicati, di non essere capiti. A volte semplicemente succede di non riuscire a decifrare ciò che avviene dentro di noi perché stiamo attraversando un momento difficile, o stressante, nel quale siamo presi in un vortice di emozioni alle quali non sappiamo dare un nome.

Poi ci sono gli alessitimici. Per loro tutto è più complicato. Per loro non si tratta di un momento, di un’incapacità temporanea. L’alessitimico è incapace didare voce all’emozione e le sue relazioni affettive vivono la freddezza, la solitudine, la difficoltà di chi è incapace di mostrare, anche solo con uno sguardo, o una parola, ciò che avviene dentro di loro.

Alessitimia deriva dal greco: a-“mancanza”; Lexis, “parola”; e Thimos “emozione”. Letteralmente: “emozione senza parola” e significa non avere parole per le emozioni, non riuscire a esprimere verbalmente i propri stati d’animo.

Nello specifico l’Alessitimia si manifesta attraverso una serie di aspetti:

  • Difficoltà a esprimere le proprie emozioni: gli alessitimici non ne sono privi, possono manifestarle, talvolta in maniera eccessiva, ma non ne hanno la consapevolezza. Parliamo in questo caso di disgregazione affettiva, che porta a una carenza a livello cognitivo e interpersonale.
  • Difficoltà a mettere in relazione emozione e componenti somatiche: possono descrivere dettagliatamente le modificazioni corporee senza riuscire a collegarle all’emozione corrispondente.
  • Limitata immaginazione: gli alessitimici riferiscono di non sognare e hanno scarsità di fantasie.
  • Stile cognitivo portato verso l’esterno: si concentrano principalmente sui dettagli della loro vita senza prestare attenzione agli aspetti psichici.
  • Conformismo: risultano estremamente attenti alle norme e regole sociali.

Ve lo ricordate Scrooge, il protagonista de “Il Canto di Natale” di Charles Dickens?

Scrooge è un avaro e burbero banchiere londinese, che vive nella casa che fu del suo defunto socio e unico amico. Scrooge non ama circondarsi di persone, anzi, per lo più ha la tendenza a trattarle male, non ama le manifestazioni di affetto o l’esternazione delle emozioni. A tutto questo è solito rispondere: “Bah, sciocchezze”.

“Caldo e freddo non facevano effetto sulla persona di Scrooge. L’estate non gli dava calore, il rigido inverno non lo assiderava. Non c’era vento più aspro di lui, non c’era neve che cadesse più fitta, non c’era pioggia più inesorabile. Il cattivo tempo non sapeva da che parte pigliarlo.”

Eppure a me Scrooge ha sempre fatto tenerezza e più che un uomo avaro e cattivo, sembra un triste uomo malato di alessitimia.

Durante la notte di Natale, riceve la visita del fantasma del suo socio Marley, morto sette anni prima, un uomo simile a lui nel carattere, nelle idee e nel modo di comportarsi. In qualche modo è il suo specchio, il suo alter ego. Marley rappresenta anche la presa di coscienza che qualcosa, nella vita di Scrooge non va.

Eppure Scrooge non capisce. Non riesce a rispecchiarsi, non riesce nemmeno a provare pena per il suo unico socio e il suo unico amico. “Voi potreste essere un pezzetto di carne mal digerito, uno schizzo di senapa, una briciola di formaggio, un frammento di patata mal cotta”.

Nel racconto, il ruolo di Marley è quello di annunciare a Scrooge la visita dei tre spiriti che hanno lo scopo aiutarlo a salvare la sua anima e a cambiare la sua vita, tanto fredda e solitaria.

Il primo dei tre spiriti riporta Scrooge indietro nel tempo e gli mostra la sua infanzia in solitudine, i suoi traumi, la sua tristezza, ma anche i suoi errori in età adulta, quelli che lo porteranno a diventare l’uomo che è. L’incontro con il primo spirito irrita profondamente il protagonista, e allo stesso tempo lo spaventa.

Il secondo spirito presenta a Scrooge il suo presente, e prima di andarsene gli mostra due bambini logori e aggressivi nascosti sotto il suo mantello. Sono l’ignoranza e la miseria. Il fantasma gli dirà di guardarsi bene da entrambi, ma soprattutto dall’ignoranza: “perché sulla sua fronte vedo scritto “DANNAZIONE”.

La vista dei due bambini lascia Scrooge in uno stato di smarrimento e preoccupazione.

Il terzo spirito mostra a Scrooge la sua morte che in quel momento capisce che se non cambierà si troverà a vivere una vita in solitudine e angoscia. Scrooge è disperato, ma solo allora, dopo l’incontro con le sue parti e i suoi vissuti si rende conto di ciò di cui ha bisogno per cambiare la sua vita.

L’incontro con i tre spiriti, rappresenta per il protagonista un percorso terapeutico che lo porterà alla redenzione.

Ecco perché adoro questo personaggio. Perché, attraverso un viaggio nei suoi ricordi più tristi, attraverso il ricordo del suo passato e dei traumi subiti, attraverso la consapevolezza di ciò che è, arriverà alla redenzione e ritroverà il colore in una vita grigia.

Di Raffaella Motta